Recensioni/14: Roberto Saporito – Jazz, rock, Venezia

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Che un’isola è quello che ti ci vuole in questo momento.

Jazz, rock e Venezia sono tre persone verbali. Le singolari naturalmente. Venezia, la prima – quella che si esprime in Io– è donna, è sempre in ritardo e fotografa sotto le gonne, proprio lì dove cominciano le vite, tra le altre cose. Jazz è la seconda – il Tu– un trombettista per cui lo chardonnay è un cardiotonico e a pagina 7 sta compiendo quarant’anni, la stessa età a cui sta arrivando anche Rock – il Lui–, un chitarrista che il padre avrebbe voluto medico e che vorrebbe smettere ma non smette e intanto colleziona stivali.

Loro sono un racconto, singolarmente e a tre voci. Tre flussi che si intrecciano, collegati dalla fuga, dal terrore o dal desiderio di farsi e circondarsi di un’isola, uniti da vene d’arte o di sangue. In sottofondo singolari comparse, paesaggi, abitazioni, arte e suoni, insieme a turisti giapponesi che fotografano l’estetica come un pubblico generico, la parte del coro che vede l’apparenza e la scambia per una sostanza che forse non conosce davvero.

Venezia esporrà al MoMa ma non andrà all’inaugurazione perché non andrebbe nemmeno a ritirare il Nobel in caso le capitasse di vincerlo. La sua esistenza è piuttosto solitaria. Lavora con Enrico in una galleria quando un bel giorno Cristina, una delle sue modelle per i sottogonna, decide che non le sta più bene il fatto di essere riproducibile e che le sue chiappe siano vendibili, così le lascia un messaggio d’amore che recita: stronza puttana. Ma nella testa di Venezia scorre in loop il suo amore con Riccardo e resta poco spazio. Jazz mentre suona la tromba desidera l’isola, al punto da fermarsi in una casa quasi fuori dal mondo, vicino a quella di un uomo con un grande segreto e della grappa. Rock rincorre il suo idolo fino a un ristorante di via Giubbonari a Roma e si ritrova a fare il bagno in piscina a casa di una certa Tara con un decollété più che apprezzabile.

Sono personaggi di cui vediamo il lato più restio, introverso, quello molto ma molto in fondo all’animo. Sembrano in continua protezione, si negano oppure fuggono, corrono dietro a cose, si cercano dentro o si cercano fuori, eppure cercano anche se con dolore e malinconia. L’introspezione li porta in giro, o meglio li fa girare. I capitoli sono intitolati come i protagonisti, tranne un paio di incursioni dei personaggi secondari che si introducono all’interno delle storie principali, rubando un po’ di spazio per la terza persona plurale. Questo libro sembra un telaio mentre si sta tessendo un tappeto, con tutti i fili dell’ordito uniti poco per volta dalla trama colorata. Un intreccio. Il disegno generale è fatto di inquietudine e costante riflessione. Sono voci abituate a stare nel loro disagio che è poi il disagio di tutti quelli che sono nati. E poi c’è anche lei, Venezia.

E Venezia è la città giusta per questo scopo, per questo esperimento esistenziale: come sopravvivere alla misantropia, come viverci insieme felici e contenti o più semplicemente come rimanere vivi.

Roberto Saporito, Jazz, Rock, Venezia, Castelvecchi, 2018. http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/jazz-rock-venezia/

 

Licia Ambu©

Licia Ambu ha collaborato con alcuni blog tra cui Nazione Indiana, Griselda, Abbiamo le prove, Malacopia e Finzioni. Si occupa di redazione e sceneggiatura.

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