Recensioni/12: Sacha Naspini – Le Case del malcontento

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I castagni ci sono ancora, e crescono forti e belli e a ogni ottobre, come adesso, si caricano di ricci, mentre noi siamo sfiorite da un pezzo e da tempo abbiamo smesso di pensare che il bello deve ancora venire.

Le case del malcontento inizia con una mappa. In epoca antica la mappa era il panno di lino che si usava sulle tavole dei nobili. Successivamente passò ad indicare gli editti scritti su tela, fino a quello che è l’attuale significato. La mappa all’inizio di questo libro mi fa pensare figurativamente proprio a un fazzoletto di appunti, una guida disegnata su tela che Naspini mette nel taschino al suo lettore, con sopra disegnate le vene dell’apparato cardiocircolatorio di un paese.

In questo borgo medioevale toscano presente dalla notte dei tempi sembra sempre il giorno della marmotta, la vita continua su se stessa ripetendosi. Ci pensa il figliol prodigo Samuele a sconquassare tutto quanto, rientrando nella sua terra, dopo averla lasciata, con un terribile oscuro segreto. Accolto come il demonio, traditore serpe in seno a cui non si riserva perdono, Samuele è il detonatore di una storia che è un giro di giostra senza sconti. Lezioni sul malocchio e carte da camposanto nella lettura dei tarocchi ci introducono in un mondo variegato e pieno: il bottegaio che si perde dietro mani di ragazza perfettamente disegnate che lo riportano ai tempi andati, il rintronato del paese con la descrizione clinica in canna e la centenaria sempre pronta ad accoglierlo con bricchi di latte e risucchi senza dentiera, di quelli che poi fan tremare le gambe. La bella Adele che si fa tenere in tiro dall’aria fresca della finestra mentre mostra le grazie nude al suo Calamaio: «Nella 112 del Bel Sole si apre la buca del passato, e io ci vado dentro tutta intera». Personaggi teatrali che si portano dietro tutto il loro campo semantico solo già con la nomina: il parroco di paese insonne che si rivolge al medico, un pragmatico: «Un’Ave Maria non ha mai smorzato i nervi a nessuno, le benzodiazepine sì». Un paese di dannati quello della razza umana: «Gesù caro, io ti voglio bene e questo ormai lo sai a memoria. Sei la mia guida e il mio sollievo, ma scusa se mi permetto: la condanna che mi imponi proprio non la capisco».

Timorati di campanili e timorati di legge pieni zuppi di segreti antichi, appartamenti dall’eterno odore di biscotti da cent’anni; albergatori, contadini, zitelle e vedove, tutti sono medicina e tutti sono veleno, salvezza e dannazione, vita e morte. Tutto lo spettro umano dicibile detto davvero davvero bene. (questo davvero è ripetuto volontariamente due volte). Non c’è niente che sia fuoriposto in questo libro, non c’è nulla che possa sembrare esagerato, tutto torna all’interno di questo affresco ed è questa la cosa bella: non c’è troppo, eppure c’è di tutto. Un tutto raccontato con amore verso i dettagli, verso i particolari, reso ancora meglio attraverso la scelta delle parole: mai esagerate, sempre incisive, delicate eppure di peso specifico significativo, capaci di esprimere esattamente quello che devono.

La circolazione sanguigna di un borgo di roccia, con quel nero del sottoterra e quei lamenti degli abitanti che ci si siedono sopra e hanno sempre un canto da fare. Suonano moltissimi strumenti insieme e ne deriva una melodia, senza nessuna sovrapposizione, nessun disturbo di fondo. Naspini è un pifferaio magico per le strade di questo catalogo parasentimentale, inteso proprio nel senso di sentimento, perché lì andiamo a finire con i fatti: nel bagno di colore che ci fanno fare: rosso d’invidia, nero di morte, e così via a piacimento. Le Case sono donatrici di vita, la forza propulsiva della creazione dell’essere messi al mondo e insieme la disgrazia, il dolore, la limitatezza e la lamentazione di non riuscire a distaccarsene: l’inconscio collettivo da cui non ci si riesce/vuole/può liberare.

Un campionario di piccole sceneggiature riuscite, la messa in scena di mille e più possibilità di carne. È tutto una sfumatura, una prospettiva, ascoltiamo una verità che diventa altra nelle parole di una testa diversa. Le Case è il filo rosso tra una cosa e il suo contrario, attraversa centimetro per centimetro la strada del borgo, passando per le case di tutti, le vite di tutti, insinuandosi nei loro cuori e nelle loro teste e poi entrando in bocca al personaggio successivo per tornare sull’asfalto fino alla finestra dopo.

A questo punto lo avrete già iniziato, immagino.

Dovreste.

«A Le Case ci sono fatti che vengono a cercarti dopo sessant’anni. Nascono prima di te e resistono alle intemperie pur di scoppiarti in mano al momento giusto. Le Case è un posto pieno di trappole, la più grande resta il cervello bacato di quelli che ci abitano dentro. […] Alla fine la colpa è di questo posto. Le Case è l’albero. I fatti della gente che ci abita dentro, i frutti marci. […]Il carattere della gente è il carattere di questo mostro che di tanto in tanto dà un fremito, e allora vediamo smuovere le tende e i soprammobili sembrano camminare da soli. Per un attimo ci prende una specie di svenimento. Così, tanto per tenerci in bilico. E per dirci che siamo tutti più suoi che nostri. Chi se ne va in tempo si salva.»

Le case del malcontento, Sacha Naspini, e/o, 2018. https://www.edizionieo.it/book/9788866329268/le-case-del-malcontento

 

Licia Ambu©

Licia Ambu ha collaborato con alcuni blog tra cui Nazione Indiana, Griselda, Abbiamo le prove, Malacopia e Finzioni. Si occupa di redazione e sceneggiatura.

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