Recensioni/6: Alessandro Zannoni – Nel dolore

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Si possono fare cover di canzoni arcinote, remake di film straconosciuti, ma a nessuno verrebbe in mente di riscrivere un libro famoso perché verrebbe accusato di plagio. Così, un bel giorno, scrive su facebook Alessandro Zannoni. E a questa provocazione, un bel giorno, risponde Luigi Bernardi, con un rilancio: la pubblicazione di chi si fosse cimentato a riscrivere un classico. Zannoni ci pensa su e individua il noir classico per eccellenza: Colpo di spugna di Jim Thompson, anno del Signore 1961. Da quell’idea nasce Le cose di cui sono capace (Perdisa, 2011), che trova poi un seguito in Nel dolore.

Così è che Nel dolore ci riporta in America. In Texas nello specifico, al fianco dell’italo americano Nick Corey, nel paese di  Bakereedge Pass. Proprio quel Texas di strade polverose, pickup e pistole facili, dove Nick è uno sceriffo con un complicato rapporto con l’alcol. Figlio di padre italiano e madre messicana, lettrice di nuvole tra le altre cose, Nicola Coretti è fidanzato con Stella, tornata alla base dopo una pittoresca deviazione di percorso. Ma le nuvole parlano di dolore: Nick è vedovo del miglior amico Rudy e non si darà pace finché non avrà scovato l’omicida. La rabbia profonda che questo momento drammatico ha scatenato sembra muoverlo in modo implacabile, guidarlo nella sua ricerca, in un percorso determinato e inarrestabile, passo per passo  quasi fossero i livelli di un videogioco: dritto alla meta uno dopo l’altro, un nemico dopo l’altro. E brutalmente: sempre meno pietà, sempre più dolore. Nick è uno che non ha niente da perdere perché ha già perso tutto. Ha perso l’amico, un po’ se stesso e già una volta l’amore della sua vita, che sì certo è tornato, ma non sarà mai come prima, forse.

La sua è sete di vendetta spesso, e la vendetta è la giustizia della rabbia. La distruzione di sé, degli altri, dei nemici. Sembra vivere la condizione delle anime disperate che in ogni momento vengono assassinate e contemporaneamente salvate dalla propria personale dannazione. E non potrebbero vivere senza questa alternanza continua. Sono ubriachi di bilico. Qualche rara volta si distraggono illudendosi di una felicità che probabilmente non saprebbero nemmeno portare addosso, alla fine. Nick appare un uomo violento, con esagerati provvedimenti basati (però) su purissimi principi. Ama profondamente Stella e in lei legge le sua possibilità di cambiare, diventare essere un uomo migliore, in lei la redenzione dallo sporco.  Stella invece non è altro che Stella: una donna tutta di un pezzo che sa quello che vuole e non ha paura di niente. Meno che mai di se stessa.

Ti ha lasciato a pochi giorni dal matrimonio, è scappata con dei motociclisti fuorilegge, ha rubato e in una delle rapine ci è scappato il morto, l’hanno beccata e si è fatta sette anni di galera. Se l’hai perdonata tu, non credo ci siano problemi col resto della città.

Ma come dice lo splendido titolo di uno dei capitoli: l’amore è un cane venuto dall’inferno. Il che ci porta dritti dritti a uno dei personaggi più belli di sempre: Abramo, il cane. Abramo è un orfano di delinquente che decide di adottare Nick come suo padrone. Ed è così bravo nel farlo che finisce per diventare il vero eroe di questa storia. Oltre qualsiasi previsione, scommessa, ipotesi, saprà farsi strada nel migliore dei modi e ottenere il posto che gli spetta di diritto, seduto sul pickup in qualità di cane dello sceriffo.

Poi penso al cane e alla sua importanza in questa storia, e mi dico che le cose accadono per una precisa ragione, che solo a disegno finito si riesce a comprendere appieno. Certo, solo alla fine della storia, perché se provi a dare spiegazioni nell’immediato, la maggior parte delle volte sbagli o ne alteri il senso, solo a destino compiuto riesci a dargli quello giusto. Già, il cane. E adesso, in questo momento, ho proprio voglia di ripensare a quando l’ho visto la prima volta, ho voglia di riuscire a ricordare se da qualche particolare avrei potuto capire che quel cane dalla faccia di ritardato sarebbe diventato il mio eroe.

L’America concede più respiro, dice Zannoni, perché in America tutto il possibile è concesso. Ed è vero, Zannoni si è concesso trame, situazioni, narrazioni che al di fuori del contesto di genere e di geografia gli sarebbero in qualche modo costate care, sarebbero state rischiose. L’America concede lo spazio senza le bocche storte che spesso si trova di fronte chi sperimenta molto in un’ambientazione italiana. L’America gli ha permesso di creare un personaggio credibile, molto umano e riconoscibile. Lontano anni luce dalla gestualità dei nostri commissari, preti o medici investigatori e dai buonismi talvolta all’eccesso del verosimile. È un romanzo questo, e con lui un personaggio, che se mentre si legge si prova a immaginarlo, diciamo come in un film, non viene in mente nemmeno una faccia italiana, ma mai nemmeno per un attimo. Suggestivo il Texas, ma più di tutto proprio la prospettiva è lontana anni luce. E questa non è una cosa facile da ottenere. In un genere molto abusato, dove si rischia di sfornare personaggi stampo di altri, spesso tutti generati da una matrice unica che colleziona generazioni, è anzi una cosa molto rischiosa da tentare. Figurarsi da ottenere.

– E ora come ti senti, Nick.

– Ora ho sonno.

 

Alessandro Zannoni, Nel dolore, aebeditrice 2017. https://www.ibs.it/nel-dolore-libro-alessandro-zannoni/e/9788877284020

 

Licia Ambu©

Licia Ambu ha collaborato con alcuni blog tra cui Nazione Indiana, Griselda, Abbiamo le prove, Malacopia e Finzioni. Si occupa di redazione e sceneggiatura.

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