Recensioni/3: Marcello Fois – Del dirsi addio

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Del dirsi addio è due, tre libri in uno.

Scritti molto bene, intrecciati armonicamente anche. Tutti ben delineati. Vale a dire: un giallo, con il mistero di una scomparsa – a questo proposito tutto il corredo di cose che occorrono a un giallo invernale: commissario, poliziotti, indagini, sospetti, Bolzano–; un noir: sordidi segreti, la neve, la cupezza non arginabile e crudele; un romanzo d’amore: l’amore di un uomo per un altro, di una madre per il figlio, di un marito per la moglie lontana o scomparsa, dell’amante ripudiata. Sembra che sia l’amore a muovere tutto, o meglio il desiderio, quando si ama, che il proprio sentimento e il suo oggetto siano protetti. Il desiderio. Sposta le persone, le loro azioni, le loro ambizioni. Il desiderio produce matrimoni indecisi, relazioni extraconiugali, sentimenti non corrisposti; genitori incapaci o capaci, maldestri, determinanti. Il centro del libro si sposta dalle indagini, al cuore del protagonista, alle teste dei coinvolti attraverso la struttura più sottile che oscilla tra il desiderio e l’inganno. Il desiderio come un punto indicato con ascisse e ordinate molto polpose. Tiene le fila di tutti e tutti sono incapaci di esprimerlo come si deve, per questo Del dirsi addio è un inganno continuo. Una bugia le persone, le loro azioni, le loro parole. Una menzogna. Un monte di neve sulla terra sporca e sui fiori.

Sergio Striggio è un essere umano non risolto, con diverse pratiche lasciate indietro e una vocazione al tormento tutta sua. Commissario di polizia, impegnato in una relazione con Leo che reclama la luce del sole, ha un bel po’ di conti da pareggiare quando gli casca sulle spalle la scomparsa nel nulla di un bambino. Sulla scena del crimine due genitori, il loro matrimonio in decomposizione e un prete. Niente più. Mentre Striggio cerca di capire quali pesci prendere, aiutato dalla fedele vice Elisabetta Menetti e dai sottoposti, suo padre, rimasto vedovo, sta per raggiungerlo in treno per dirgli qualcosa di molto importante, mentre lui, il figlio, per l’occasione fa le prove per cercare di confessare la sua omosessualità al genitore.

Un noir ricoperto di neve accecante che mette ancora più in risalto la cupezza delle atmosfere, perché l’indagine sembra più una specie di liquido nero che si insinua nelle crepe di tutte queste vite a pezzi per andarci a fondo e dentro. Inchiostro nero nelle fratture della stasi. Si insinua nei non detti di Gea e Nicola, i genitori rimasti orfani, nel percorso di un prete che non si capisce come finisca nel posto giusto al momento giusto, tra le sinapsi della relazione che lega un commissario di polizia al padre ex commissario di polizia. Le istituzioni ci sono tutte: famiglia, forze dell’ordine, chiesa, scuola. La madre che genera, la donna che protegge, mentre il padre insinua il dubbio e l’uomo mistifica,

Le paternità hanno dalla loro che s’insinuano nel gioco infinito delle abitudini. Se la maternità non è discutibile, la paternità prende significato da una condizione di fiducia, ma anche da un presupposto preciso di diffidenza. […] Ogni padre è tre fuochi insieme: quello dell’accoglienza, quello del sacrificio, quello della vendetta. I figli guardano ai padri esattamente nelle tre accezioni: compagni accoglienti delle madri, fumosi e sfuggenti, insensibili e punitori. È assai raro che queste tre accezioni si manifestino tutt’e tre insieme nel corso di un’intera vita. Ci sono dei figli che crescono troppo in fretta e dei padri che non crescono mai. Ci sono aspettative che si divaricano fino all’incomunicabilità e complicità che permangono fino a quando i figli smettono di essere figli al cimitero, mentre assistono alla tumulazione del genitore. Ci sono, infine, dichiarazioni di guerra terribili, solenni, che si raffinano nel tempo, che non prevedono esclusione di colpi. Né, tanto meno, sensi di colpa.

Anche gli elementi ci sono tutti: la terra, il fuoco paterno, l’acqua e l’aria che smuove e provoca,

Fra i quattro elementi l’aria è in assoluto il più potente. È l’unico che non subisce il movimento, ma lo genera.

I personaggi sono così ben delineati che può capitare di anticiparne o riconoscerne i comportamenti, le risposte agli avvenimenti come se li conoscessimo di persona. E un miscuglio di ruoli continuo tra chi deve fare la guardia e chi il ladro, tra chi fugge e chi insegue. Un passo avanti e ginocchia in terra per poi rialzarsi. Tutti a cercarsi un nascondiglio, una comoda verità, o a bramare un po’ di pace. Viene voglia di sapere la soluzione, di capire cosa è successo e come, di sapere i fatti e al contempo di capire come i meccanismi psicologici di Sergio andranno a incastrarsi e risolversi; come si concluderanno gli intrecci e se tutti loro riusciranno in qualche modo a tornare a casa.

Sembra quasi, infine, che la grande verità sia solo accettarsi per come si è, noi stessi, le cose che vogliamo e le cose intorno a noi così come vanno. Così attrezzati, fidarsi di un marito, scordarsi un passato devastante, accettare che i limiti degli altri siano a volte più che altro nelle nostre teste e provare a vedere come va. Forse il più grande desiderio – il protagonista di un romanzo sul desiderio come può sembrare questo – è quello di lasciar andare quando è il caso, di stufarsi a un certo punto dell’enormità del fardello che inevitabilmente ognuno si porta addosso e cedere, alzare le braccia e dichiarare asilo. A modo, con garbo. Perché non è il fatto in sé, ma il come. Che anche il dolore a volte è un progetto di vita, più che una condanna.

 

Marcello Fois, Del dirsi addio, Einaudi, 2017. http://www.einaudi.it/libri/libro/marcello-fois/del-dirsi-addio/978885842594

 

Licia Ambu©

Licia Ambu ha collaborato con alcuni blog tra cui Nazione Indiana, Griselda, Abbiamo le prove, Malacopia e Finzioni. Si occupa di redazione e sceneggiatura.

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