Recensioni/2: Jean-Patrick Manchette, Jean-Pierre Bastid – Che i cadaveri si abbronzino

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Sud della Francia, dipartimento del Gard.

La padrona di casa è Luce, artista cinquantenne che non ama le simmetrie, che un giorno ha fatto di un villaggio abbandonato la scenografia delle sue vacanze. Niente acqua, né elettricità o telefoni, solo gli amici e gli amici degli amici, gente in grado di imbarcarsi in una delle sue “vacanze dei barbari”. Sono trascorsi dieci anni dall’epoca dello splendore, dei riconoscimenti artistici, quando il villaggio era un rigurgito di talenti e sinergie e poteva capitare di incontrarci un rifugiato ungherese o farci l’amore ricoperti d’oro di fronte a un bel pubblico numeroso. Oggi le cose sono un po’ cambiate: Luce è invecchiata, Max Bernier scrive a stento, anche perché non è quasi mai sobrio, e i commensali sono l’avvocato Brisorgueil – con i capelli pettinati ad ali di corvo, un regalo che il cielo ha gentilmente concesso a Luce – e i suoi invitati: un giovane Jeannot piuttosto fresco di vita, il toro logico Rhino e il suo socio Gros, un tizio che per tre quarti della storia è completamente nudo.

Il giorno della spesa, i nostri ospiti si sobbarcano il lieto compito di scendere a fare rifornimento. Colazione insieme e poi in città per comprare quello che serve e magari tornare a casa con duecentocinquanta chili d’oro. Ma, questo, solo dopo aver indossato una maschera da Frankenstein e aver lasciato un paio di morti lungo la via durante un sanguinoso assalto a un portavalori. Alla fine, il villaggio è un buon posto per nascondersi, in casi come questi. A incrinare il quieto vivere l’inaspettato arrivo di due poliziotti, in cerca per gli affari loro proprio in zona, a loro viene riservata un’accoglienza che è solo l’inizio di una sanguinosa rappresaglia. Niente pace da ora, solo guerra. Una guerra fatta di strategie, improvvisazione, alleanze che si creano e si disfano in modo estremamente veloce.

Sotto un cielo comandato dalle “porcherie del mese di agosto”, una notte intera narrata come una radiocronaca, trascinante come un film, scritta come una sceneggiatura. Un ritmo incalzante, da stare col fiato sospeso, in cui sembra che a fronteggiarsi non siano buoni o cattivi ma i vivi e i morti della vita, quelli che ancora ci credono e quelli che aspettano solo la fine. La bambinaia romantica che trova il tempo di sognare a occhi aperti anche nei momenti più critici, mentre Luce non molla il presidio, appiccicata all’ultimo e unico divertimento rimasto che è il baloccarsi con la morte. Individualità disposte a tutto pur di appagare l’unico bisogno orfano: vivere? Arricchirsi? Aspettare la morte? Che differenza può fare, quando non hai più niente da perdere? Il disincanto di chi resta nelle rovine, quel sentimento di perdita che non si sanerà mai e rende tutto una sopravvivenza fine a se stessa, una lunga sospensione nell’attesa del fine pena. Qui dentro vogliono vivere solo quelli che ancora credono ci sia una differenza tra giusto e sbagliato, sono quelli che vedono un futuro, grande o piccolo che sia, per loro o dei più giovani, o quelli che credono al loro senso di giustizia fino al punto di pregare la Madonna di aiutarli a uccidere. Personaggi violenti, spacciati, a volte molto tristi:

Non mi ficco negli arcani della psiche dei miei personaggi. Mi sembra che sia nella natura del noir essere noir, che non debbano esserci o quasi personaggi positivi, a parte il detective privato. A me piacciono i gialli in cui i personaggi sono presi in trappola, sono sotto pressione, perdono il controllo e fanno una brutta fine.[1]

Manchette signore del noir francese, agli esordi sceneggiatore di film sexy e scrittore di cinema, con Che i cadaveri si abbronzino fa il suo ingresso nel genere che considera “la grande letteratura morale della nostra epoca”, insieme a Jean-Pierre Bastid, anche lui sceneggiatore e regista:

Un giorno io e Bastid ci siamo detti: conosciamo bene i gialli, perché non scriviamo plot tipo Série noire? Li vendiamo alle case produttrici e facciamo soldi a palate. Così abbiamo iniziato a collaborare scambiandoci le idee; con Laissez bronzer les cadavres è filato tutto liscio.[2]

Qui ti accomodi sotto il sole del profondo sud e ti ritrovi con lo sguardo su un cupo scenario di disillusione circa il significato dell’esistenza umana, nelle briciole di una coscienza che ha appena attraversato una profonda revisione e riflessione politica, e un turbine di violenza psicologica e fisica. Una portata politica ma più di tutto sociologica, personaggi che sembrano degli sconfitti che si litigano l’ultima cena in terra di desolazione e aridità, nella natura ostile: boscaglie, rovi, costruzioni tumefatte dal tempo e il cielo che fa come vuole. Tutto si svolge in poco più di un giorno, questa narrazione sembra una clessidra raccontata granello per granello in tutte le stanze della scena. Uno stile diretto, pulito, che si risolve in quello che dice: le parole, la scrittura sono il rumore dello sparo stesso, è un dialogo tra le polveri in cui si legge quello che sta succedendo nel momento stesso in cui viene letto. Le distrazioni non sono permesse, a nessuno di loro, né a noi che lo leggiamo e sappiamo che da una riga all’altra può cambiare l’assetto, qualsiasi equilibro, la mano che impugna l’arma, il grido che può essere l’ultima emissione disperata della prossima vittima e la fine delle sue pulsazioni.

Si inizia col sole, ci si perde nel buio violento e ci si ricuoce sotto il sole, a picco.

«Si salvi la pelle»

«No», disse lei. «preferisco divertirmi».

 

Jean-Patrick Manchette, Jean-Pierre Bastid, Che i cadaveri si abbronzino, Edizioni del Capricorno, 2017. http://www.edizionidelcapricorno.it/product/che-i-cadaveri-si-abbronzino/

 

Licia Ambu©

Licia Ambu ha collaborato con alcuni blog tra cui Nazione Indiana, Griselda, Abbiamo le prove, Malacopia e Finzioni. Si occupa di redazione e sceneggiatura.

 

[1] Testo raccolto davanti a DUE bottiglie di scotch da Francois Guérif e Jean-Pierre Deloux, rivisto e corretto da Manchette finché non ne è rimasta pietra su pietra. Jean-Patrick Manchette, Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero, Cargo, 2006.

[2] Jean-Patrick Manchette, Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero, Cargo, 2006.

 

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